24 apr
Il desiderio della felicità
Nessuna realtà di questo mondo è in grado di rispondere al desiderio di infinito che è nell’anima. Al desiderio di infinito godimento che esiste nell’uomo, il mondo corrisponde solo piaceri limitati, piaceri che appena consumati lasciano un vuoto doloroso. L’anima ha sete di infinito, come potrà bastarle il mondo?
Ma il primo uomo dove traeva la beatitudine di cui godeva? Dalla terra? Dalle cose del mondo? Dall’effimero possesso e godimento dei beni sensibili? L’uomo godeva ineffabilmente di Dio. Questa è una gioia che l’uomo non potrebbe trovare in nessuna cosa, ne in se stesso, ne in nessun altro bene relativo fuori di Dio. L’uomo corre da un oggetto all’altro, esaurisce le diverse esperienze di questo mondo senza mai trovare un termine definitivo. Egli va alla ricerca di molteplici appagamenti: vuole sentirsi sazio. Vuole essere felice perché sente di non esserlo. Avverte interiormente il vuoto, l’inquietudine, l’insoddisfazione e la tristezza. Nulla può appagare il nostro desiderio di felicità, nulla placa la sete di gioia, nulla sazia la nostra capacità di gioire. L’uomo quaggiù ha sempre sete e nulla appaga i suoi desideri, come dice la Verità: “Omnis, qui bibit ex aqua hac, sitiet iterum” … ”Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete” Gv 4,13. E’ come se non raggiungessimo mai l’oggetto delle nostre aspirazioni. Ma qual’è il vero bene il cui possesso è vera felicità? E’ felicità per l’uomo quel bene che non può perdere se non lo vuole.
Perché le cose di questo mondo non possono dare gioie durature e profonde? Perché l’uomo può perdere tutto anche se non lo vuole. Egli può perdere le ricchezze anche senza volerlo. Può perdere la casa anche senza volerlo. Può perdere i figli senza volerlo. Può perdere la tranquillità e la salute. Può perdere anche la virtù per la fragilità della natura senza volerlo, come dice S. Paolo: “Non enim, quod volo bonum, facio, sed, quod nolo malum, hoc ago” … ”io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” Rm 7,19. Dio al contrario è il bene per il quale l’uomo diventa veramente buono e per questo felice; ne lo riceve suo malgrado, ne lo perde contro la sua volontà.
L’uomo, allontanando da Dio il desiderio dell’anima per volgere ai beni sensibili il suo amore, vive uno stato di frustrazione permanente, una insoddisfazione ontologica perpetua. Anche se la soddisfazione di qualche desiderio gli da di tanto in tanto l’illusione di aver trovato quella felicità che l’anima cercava, l’oggetto che egli ha scambiato per un’assoluto finisce per rivelarglisi nei suoi limiti e nel suo carattere relativo. La delusione e il vuoto seguono ogni soddisfazione, ogni desiderio sensibile. L’uomo, nel più profondo di se stesso avverte una mancanza, una inadeguatezza, tra la realtà raggiunta e le sue aspirazioni fondamentali tradite. La tristezza occulta o manifesta prende il posto della gioia beata e si fa più intensa, espressione dell’inquietudine che l’anima avverte dinanzi al vuoto interiore che la separa dall’assoluto. La felicità viene identificata con il piacere e l’uomo non può sfuggire al triste sentimento di sentirsi inutile, sentimento che è il peggior disastro per una creatura umana.
Poiché grande è la ferita dell’umanità, il Signore non viene a condannare, ma a salvare l’uomo, che dalla trasgressione di Adamo è ferito e ottenebrato da Satana. Dio suscitò Mosè, ma la Legge non può costituire una mediazione sufficiente. Essa è incapace di guarire le ferite e le malattie dell’anima, come chiarisce S. Paolo: “Si enim data esset lex, quae posset vivificare, vere ex lege esset iustitia” … ”Se infatti fosse stata data una legge capace di conferire la vita, la giustificazione scaturirebbe davvero dalla legge” Gal 3,21. Cosa si deduce? Gesù non è solo Colui che intima le norme morali, denunciando le trasgressioni della Legge. Egli è un medico e un chirurgo la cui abilità spirituale è proporzionata alla gravità delle malattie e delle piaghe. Il Signore non è venuto come chi denuncia le colpe, ma come Colui che porta la conoscenza e il discernimento delle cause che risiedono nelle passioni-malattie dell’anima. E’ la sete, ossia i desideri malati e passionali che fanno l’anima malvagia. La malvagità dell’anima è più grave della colpa, perché la colpa è un atto che può essere compiuto limitatamente ad un tempo, anche raramente, mentre la malvagità è uno stato che più facilmente permane nell’anima, senza che necessariamente sia accompagnata da un’azione compiuta. Se l’anima è malvagia, prima o poi l’uomo peccherà con le azioni, infatti, se non si pecca prima con i pensieri non si peccherà mai con le azioni. Cristo, contrariamente agli scribi e ai sacerdoti investiti di autorità morale, ma che insegnavano a combattere solo le manifestazioni esteriori dei peccati, affondava le radici nei pensieri indicando le cause delle colpe nelle passioni, ossia nelle malvagità del cuore, come solennemente si preoccupava di insegnare: “ab intus enim de corde hominum cogitationes malae procedunt” … ”Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive” Mc 7,21. Sarebbe vano combattere le passioni solo nelle manifestazioni esteriori, perché queste affondano le radici nell’anima, e se le passioni sussistono, altre azioni cattive ne procederanno di nuovo inevitabilmente. Questo è uno dei motivi per cui, il Signore, rimproverava ai sacerdoti di aver tolto la chiave della scienza spirituale, abbandonando gli uomini agli ascessi e ai tumori delle passioni: “Vae vobis legis peritis, quia tulistis clavem scientiae! Ipsi non introistis et eos, qui introibant, prohibuistis” … ”Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito” Lc 11,52. Questi censuravano le trasgressioni della Legge, cioè le colpe esteriori, ma non offrivano agli uomini un rimedio alle cause, ossia ai mali interiori più disastrosi e perniciosi; nulla di più fatale per la salvezza dell’anima. Gli scribi, i farisei e i sacerdoti erano ciechi, non vedevano le infermità che si sviluppano internamente, come dice la Verità: “caeci sunt, duces caecorum” … ”Sono ciechi e guide di ciechi” Mt 15,14.
Chi vuole conoscere Cristo e divenire un buon cristiano deve dedicarsi ad una lotta non già carnale, ma spirituale, contro i pensieri passionali che deformano segretamente l’anima. Non basta suggerire l’osservanza della Legge, non è sufficiente, essa non giunge fino alle profondità dell’anima, dove la peste viziosa delle passioni si sviluppa e infetta le facoltà: la parte razionale che genera la vanità, l’orgoglio, la presunzione, l’arroganza, la durezza, la menzogna, la falsità e l’eresia; la parte irascibile che partorisce il furore, la crudeltà, il rancore, la vendetta e la tristezza cattiva; la parte concupiscibile che produce l’amore ai piaceri, l’amore al denaro, l’avidità, i desideri perniciosi e terreni. Il Signore con vero discernimento aiutava a comprendere che l’inizio e la radice delle colpe che commettiamo stanno nel cattivo pensiero. Infatti, molti si astengono dalle azioni cattive, ma non dalle passioni corruttrici che hanno sulla vita interiore diversi e gravi effetti patologici. Sono i pensieri passionali che impercettibilmente si ancorano all’anima, si sviluppano e la avvelenano poco a poco. L’uomo reprimendo solo le azioni cattive senza combattere le cause passionali di quelle azioni, finisce in breve tempo in una grave prigionia interiore dalla quale sarà difficile venirne fuori. Questo accade quando le anime non sono aiutate a guarire dalla tirannia delle passioni nascoste; non sono educate a discernere le malattie e le malvagità del cuore. Gli uomini, come ciechi pensano che per essere graditi a Dio ed essere buoni, basti essere puntuali alle sacre funzioni, basti pregare, non uccidere, non rubare e non essere adulteri, mentre le passioni imputridiscono l’anima che si riempie di vermi e finisce per pervertirsi lentamente.
L’anima può essere cattiva ancor prima che tale malvagità sia manifestata con le azioni, per questo motivo il Signore diceva ai farisei superbi e passionali: “Publicani et meretrices praecedunt vos in regnum Dei” … ”I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” Mt 21,31. Diceva così perché il male può svilupparsi nel cuore anche quando l’osservanza della Legge è irreprensibile. L’amore di se stessi, per esempio, quando inclina al piacere, genera: superbia, avidità, arroganza, ostentazione, durezza di cuore, sentimento di superiorità, disprezzo degli altri; quando invece, l’amore di se stessi è schiacciato dalla sofferenza, fa nascere: la collera, l’invidia, l’odio, il rancore, l’ostilità, la maldicenza, la calunnia, la disperazione, le false accuse alla Divina Provvidenza e tutte le altre malvagità.
L’uomo che, osservando la Legge, trattiene la malvagità nell’anima, non entrerà nel Regno dei Cieli, perché ama le cause passionali che determinano le azioni cattive; per questo motivo dice il Signore: “Nisi abundaverit iustitia vestra plus quam scribarum et pharisaeorum, non intrabitis in regnum caelorum” … ”se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei Cieli” Mt 5,20. Se l’uomo non supera il concetto di virtù che si riferisce solo alle opere del corpo e non consegue la giustizia e la virtù dell’anima, ossia la purezza interiore, non entrerà nel Regno dei Cieli. Infatti, prima delle parole e degli atti, è l’anima che non deve essere malvagia, perché chi manca con il pensiero ha già infranto il tempio della sua anima. La purezza del cuore è una condizione essenziale per la salvezza; gli uomini non fanno altro che il bene o il male suggerito segretamente dal cuore, per questo la strategia terapeutica di Cristo mira a guarire nell’uomo le malattie spirituali. Ogni pensiero si presenta all’uomo come una prova che può condurlo alla sua perdizione o alla sua salvezza, all’afflizione o alla felicità.
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