Patologia dell’appagamento

L’uomo, pienamente appagato da Dio, era destinato a godere dei beni sensibili, ma a gioirne spiritualmente, invece, decaduto si è messo a desiderare le creature e a volerne godere in se stesse egoisticamente al di fuori di Dio. Ciò che l’uomo chiama godere, è godere del malfare, perché cerca e desidera malamente il bene. Cos’è questa pretesa di volere ciò che è buono mentre si è cattivi? Colui che non sa condurre la vita in modo spirituale concentra tutti i suoi sforzi nella carne e allontanandosi da Dio diventa cattivo.

Quale oggetto avvicinandosi alla luce diventa scuro? Dice la Verità: “qui sequitur me, non ambulabit in tenebris” … “chi segue me, non camminerà nelle tenebre” Gv 8,12. L’uomo lontano da Cristo è come un oggetto oscuro e freddo. Solo quando l’anima si avvicina a ciò che le è superiore acquista sapienza, virtù e amore.

Ora invece, tutti i desideri dell’uomo appaiono costituiti dalla decadenza e dal rivestimento patologico del desiderio naturale, e così si trova orientato contrariamente alla sua natura verso le cose corporali, per mezzo del piacere che agisce in lui. Questo desiderio del piacere è una malattia dell’anima.

L’uomo non ha più come scopo Dio, ma il proprio piacere, e non ha altra norma che l’amore carnale di se’. Considera gli esseri solo relativamente al grado del suo desiderio nei loro riguardi, infatti, deduce la loro importanza e il loro valore dall’intensità del piacere che può trarre da essi.  Nello stato decaduto il piacere diventa il criterio del bene, e il mondo diviene una proiezione immaginaria dei desideri e le creature solo strumenti di godimento e mezzi per soddisfare le passioni.

Eccitando l’amore del piacere, l’uomo, inventa molteplici modi per godere, frutto e scopo dell’amore egoistico di se’, come dice S. Giacomo: “Non est ista sapientia desursum descendens, sed terrena, animalis, diabolica” … ”Non è questa la sapienza che viene dall’alto: è terrena, carnale, diabolica” Gc 3,15.

In questo modo la conoscenza dell’uomo, divenuta carnale, introduce confusione nella sua percezione della realtà, e non conoscendo più l’ordine dell’amore ama di più ciò che deve amare di meno, e ama di meno ciò che deve amare di più, giungendo ad amare ciò che non deve e lasciando di amare ciò che deve. L’intelligenza indotta in errore, non vede la trappola nascosta che immagina come un bene, e cade vittima di un’illusione pensando che il piacere sia il bene assoluto e vero. Questo modo di conoscere è ignoranza di tutto ciò che è buono e vero ed è chiamata conoscenza nuda perché spoglia di ogni conoscenza di Dio; per questo l’amore del piacere risulta una delle più gravi e importanti malattie spirituali dell’uomo decaduto e di nessuna utilità fondamentale perché non serve a far conseguire o realizzare il suo vero destino, come dice la Verità: “Spiritus est, qui vivificat, caro non prodest quidquam” … “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla” Gv 6,63.

Reso selvaggio dall’amore al piacere distrugge la sua stessa natura; privo di discernimento e senza coscienza della sua perdizione, consegue l’accecamento nei riguardi della Verità che è il vero bene. Il bene diventa tutto l’opposto del bene, e il male tutto l’opposto del male. Questo stato in cui l’uomo confonde il bene e il male, e scambia l’uno per l’altro, è un delirio che fa ritenere incerte alcune cose che sono più chiare di quelle che si vedono con gli occhi. La conoscenza carnale colma, nell’uomo, il vuoto lasciato nell’intelletto dalla perdita della conoscenza spirituale.

L’attenzione dell’anima è fissa solo sulle apparenze superficiali e l’uomo si vota a ciò che gli appare migliore e non a ciò che lo è realmente; nutre desideri verso la materia e avendo distolto la sua intelligenza dalla Verità, sragiona, e si comporta in maniera insensata. Il desiderio rivoltato fa vivere l’uomo capovolto in un mondo al rovescio, in cui i valori sono capovolti e la carne più apprezzabile dello spirito: “Caro enim concupiscit adversus Spiritum, Spiritus autem adversus carnem” … “la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne” Gal 5,17.


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La falsa conoscenza

Il male non è in Dio. Egli non solo è giusto, ma è la stessa e vivente Giustizia, non solo è vero, ma è la stessa e vivente Verità. E’ quell’essere che solamente ha in grado sommo la perfezione, come dice la Verità: “Nemo bonus, nisi unus Deus” … “Nessuno è buono, se non Dio solo” Mc 10,18.
Se Dio fosse autore del male cosa potrebbe esigere dall’uomo? Egli sarebbe vero e falso, santo e peccatore, buono e cattivo. E’ la falsa conoscenza che attribuisce a Dio il bene e il male, questa mescolanza ha la sua sorgente nelle oscure caverne dell’io, ed ha più l’aspetto dell’esoterismo che della spiritualità. La causa del male non va cercata fuori dell’uomo. Il male appare come il prodotto di un’invenzione dell’uomo stesso. E’ per la disobbedienza del primo uomo che abbiamo introdotto in noi un elemento estraneo alla nostra natura. Il male delle passioni sono state introdotte e innestate nell’anima come parte irrazionale, con la caduta, come dice la Verità: “ab intus enim de corde hominum cogitationes malae procedunt” … “Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive” Mc 7,21.

Tutti gli esseri erano in origine interamente buoni. Adamo era esente da ogni male. La libertà aveva come condizione la semplice possibilità del male, non l’attuazione di questa possibilità, non il compimento effettivo del male. L’uomo ha abusato della libertà per liberamente fare il male, mentre avrebbe dovuto usarne per fare il bene.
Il male non è naturale, non ha ne essere ne sostanza, somiglia alle tenebre che non esistono per se stesse, ma esistono per la privazione della luce. L’uomo allontanandosi dalle virtù divine ha consolidato l’ignoranza di Dio in se stesso, per questo il male non è altro che allontanamento dal bene. E’ come una seconda natura, come una natura sopraedificata.
Quando l’uomo è nel suo stato naturale-spirituale conduce la sua vita verso l’alto. Quando è al di fuori della sua natura viene a trovarsi in basso.

La malvagità è estranea alla natura dell’anima e non appartiene ad essa, come la malattia è estranea alla salute. E’ evidente che la salute esiste nella natura prima dell’irruzione della malattia; così il bene prima del male.
E’ l’uomo che ha cambiato in passioni le qualità costitutive della propria natura. Le virtù furono deformate in vizi, la libertà in schiavitù interiore. Come? Alienando l’intelligenza verso l’esteriore e votandosi ad ogni sorta di male.
A Dio e alla bellezza spirituale, preferì ciò che appariva dilettevole ai suoi occhi. L’uomo volle impadronirsi delle cose di Dio, senza Dio.
Giunto ad una tale insensibilità interiore, oramai, teme le malattie del corpo senza temere quelle dell’anima. Si affanna per non morire e non fa nulla per evitare il male. Una fatica che può solo ottenere di differire e non di evitare la morte. L’uomo dovrebbe temere i mali dell’anima più delle malattie del corpo. Quando la malattia uccide un corpo, cosa può fare di più? La malvagità, invece, deforma l’anima, la rende infelice in questo mondo e la perde in eterno.


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Deviazione della conoscenza

L’uomo, perduta la scienza di Dio, diventa cieco e pensando di non avvertire il castigo già lo subisce. Infatti l’accecarsi della mente è già una pena, come dice la Verità: “Coeci sunt …” … “Sono ciechi …” Mt 15,14.

Adamo perdette l’occhio della mente. Al posto della conoscenza divina e spirituale, conseguì la conoscenza carnale. Come?
L’albero della conoscenza che Dio proibisce ad Adamo di toccare, rappresenta la creazione visibile che contemplata spiritualmente, è l’albero della conoscenza del bene, ma considerata sotto il solo aspetto materiale, è l’albero della conoscenza del male. La creazione conosciuta solo materialmente diviene un maestro che insegna le passioni e conduce all’oblio di Dio l’intelletto di coloro che hanno con essa solo rapporti corporei.
Dio, vietando all’uomo di mangiare del frutto dell’albero gli aveva indicato il pericolo di entrare in questa seconda conoscenza, che fino ad allora ignorava. Gli occhi spirituali di Adamo si chiusero e al loro posto si aprirono gli occhi della carne. Non fu l’apertura degli occhi della carne a provocare la chiusura degli occhi spirituali, ma al contrario, la chiusura degli occhi spirituali procurò l’apertura di quelli carnali. L’uomo si mise a guardare con gli occhi del corpo ed in lui prendeva il posto la conoscenza secondo la carne, ma è la conoscenza secondo lo Spirito che dà la vita, la carne, invece, non giova al progresso della coscienza, come dice la Verità: “Spiritus est, qui vivificat: caro non prodest quidquam: verba, quæ ego locutus sum vobis, spiritus et vita sunt” … “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla;  le parole che vi ho dette sono spirito e vita” Gv 6,63. E’ così che l’uomo arriva a perdere ogni nozione della sua realtà spirituale, e si trova ridotto ad una parte di se stesso. Non dispone più che di una debolissima parte delle sue possibilità, come dice la Verità: “Caro autem infirma” … “la carne è debole” Mt 26,41 … inferma, malata.

Quando la scienza di Dio viene meno all’anima, l’uomo, da spirituale, si ritrova a non essere più che psichico e carnale. E’ così che l’ignoranza ha ristretto lo spirito ed ha aperto ampiamente la via ai sensi allontanando l’uomo dalla conoscenza divina. Venuto a mancare il movimento verso Dio, l’intelligenza sviata prende come oggetto solo le cose visibili e investe tutta la sua potenza nella sensazione. Ma a che giova all’uomo scrutare le stelle e gli elementi, conseguire la conoscenza del mondo materiale, se poi trascurando la scienza di Dio perde la propria anima? Dice la Verità: “Quid enim proderit homini, si lucretur mundum totum et detrimentum animæ suæ faciat?” … “Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?” Mc 8,36. L’uomo dimostra, così, un’atteggiamento infantile assumendo solo una conoscenza materiale della creazione. Infelice quell’uomo che, conoscendo tutto, non conoscesse Dio; sarebbe invece beato se, conoscendo Dio, ignorasse tutto il resto.

L’anima può vedere e afferrare l’ineffabile conoscenza di Dio, ma per vedere ha bisogno di avere gli occhi in stato di potersene servire bene. Cos’è che offusca l’occhio dello spirito? Esso è spento dalle superbie, dalle avidità, dalle malvagità. Per meritare di vedere Dio bisogna essere puri, perché puro è Colui che si vuole vedere, ma impuro è il mezzo con cui lo si vuole vedere. Avere occhi sani è avere la mente pura da ogni traccia di avidità.


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Itinerario della conoscenza

Dice la Verità: “Non necesse habent sani medico, sed qui male habent” … “Non hanno bisogno del medico i sani, ma i malati” Mc 2,17. Infatti, constatiamo che nell’uomo decaduto, la conoscenza è malata. La malattia consiste fondamentalmente nell’ignoranza di Dio. Il Sole c’è ma tu non lo vedi più, come dice la Verità: “Lux in tenebris lucet” …  ”la luce splende nelle tenebre” Gv 1,5. E’ così che l’ignoranza ha portato l’uomo a difendere le sue cattive operazioni perché le tenebre sono dentro di lui. L’ignoranza di Dio è malattia e morte, la conoscenza è salute e vita dell’anima, infatti “conoscenza” è chiamata vita: “Haec est autem vita aeterna; ut cognoscant te solum Deum verum” … “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio” Gv 17,3. Chi ama la Verità può sperare di conseguire una conoscenza ed una informazione simili a quelle di Dio.

Pertanto tutti gli onesti ricercatori della Verità, per poter comprendere il senso profondo della dottrina di Cristo, devono voler imparare a vedere non solo le realtà fisiche con gli occhi del corpo, ma anche quelle spirituali con gli occhi interiori del pensiero.

Due sono, infatti, i modi di vedere: uno interiore e l’altro esteriore. Duplice è la conoscenza: corporale e spirituale. Una cosa è ciò che consente di vedere con gli occhi del corpo e ciò è limitato all’apparenza  a all’azione del senso fisico, altro è ciò che da acutezza all’intelletto penetrando le cose occulte con significato mistico. Nel significato mistico è interiormente contenuta una grande forza, è la mistica visione che apparve esteriormente a Mosè nel roveto. Quel roveto era colmo del significato spirituale, la fiamma che Mosè vedeva era la presenza divina che l’uomo carnale non vede perché inchiodato solo alle cose visibili.

Fintanto che l’uomo rimane sottomesso alle passioni resta schiavo della realtà sensibile, la sola che costituisce l’oggetto della sua percezione. Sotto l’influsso dell’ignoranza della causa, l’uomo considera solo l’aspetto superficiale e visibile delle cose. Percepisce il mondo come una realtà chiusa in se stessa. Questa conoscenza comporta solo il grado più basso: quella degli esseri corporei. Il più alto grado della conoscenza è quella degli esseri invisibili, incorporei e intelligibili, come dice la Verità: “Beati mundo corde: quoniam ipsi Deum videbunt” … “Beati i puri di cuore, perchè vedranno Dio” Mt 5,8.

Ecco perchè solo l’uomo spirituale che si dedica alla contemplazione interiore avrà l’intelligenza di ciò che appare… l’intelligenza deificata.


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