La visione del cuore

Il successo dell’uomo sta solo in una mente  e in un cuore pieni di bontà. Colui che compatisce non fa distinzioni tra gli uni e gli altri, ma ha pietà di tutti.

Cristo ebbe compassione di tutti inaugurando sulla terra il regno della pietà. Pietoso con tutti , comprese e consolò ogni dolore. Gli condussero dei malati ed egli li guarì, purificò i lebbrosi, vide piangere e consolò, non respinse le lacrime della Maddalena, la donna adultera trovò ai suoi piedi il perdono, esaudì la preghiera del ladrone pentito e la sua umiliante morte fu l’atto supremo della sua bontà. Ai suoi discepoli non insegnò che la bontà. Gridò a tutti che la felicità consiste nel sentire buona l’anima propria. L’affermazione  però in questo compito, si può ottenere  soltanto per mezzo della scienza di Dio, che fa l’uomo capace di amare tutti gli uomini allo stesso modo.

Le parole dell’uomo buono sono piene di somma saggezza, mentre quelle degli intellettuali sono inzuppate di erudizione testuale. Immersi nella ricerca ambiziosa di cose secondarie  dimenticano  quelle fondamentali e nella migliore delle ipotesi riescono ad avere solo degli ascoltatori, non dei praticanti. L’intelligenza può dissertare sapientemente sopra la bontà, ma non la dà, perché non è nell’ intelligenza che la bontà ha il suo principio. Gli intelligenti brillano di una luce fredda, ma la bontà germoglia nei cuori in cui fa caldo. Non comprendono che è più utile sentire la bontà che definirla; meglio è gustarla che spiegarla. Perché? Perché  essa risiede più nel cuore che nell’intelligenza, come dice la Verità: “quia abscondisti haec a sapientibus et prudentibus” … “hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti” Mt 11,25. Non dobbiamo però concludere che l’intelligenza  è estranea alla bontà. L’intelligenza non è disgiunta dal cuore e per rendere buono l’uomo, intelligenza e cuore devono prestarsi un mutuo appoggio. Se è possibile essere buoni senza essere molto intelligenti, non è però possibile essere molto intelligenti senza essere buoni. E’ la bontà che  sviluppa nell’uomo una finezza che supera qualunque altro senso. Nel cieco, ciò che l’occhio non vede, il tatto lo sente; così nella vita vi sono molte cose che sfuggono allo sguardo dell’intelligenza e si rivelano alle intuizioni del cuore. Quando la bontà raffina la sua sensibilità, consegue una tale delicatezza di percezione, che comprende situazioni, vibra, sente, penetra fino in fondo, vede tutta la profondità dei dolori, scopre le recondite sofferenze che si nascondono, discerne i singhiozzi soffocati degli animi feriti. Cos’è che genera questa spinta nel cuore? La dedizione costante a Dio. Eliminando la sporcizia dalla mente, si amplia la visione del cuore.

La luna è una sola, lontana e imperturbabile, ma i suoi riflessi in tanti vasi d’acqua differiscono di luminosità e di chiarezza a seconda della purezza dell’acqua. Così la bontà divina si riflette nella mente più chiara, nel cuore più puro, producendo ora la dolcezza, la benevolenza, l’ amabilità, ora ispirando la generosità, la rinuncia, il sacrificio. L’amore, infatti, non ammete fra gli uomini alcuna distinzione basata sulla differenza di carattere. Questo amore così puro ama allo stesso modo tutti gli uomini: i buoni a titolo di amici e i cattivi a titolo di nemici, facendo loro del bene, sopportandoli, tollerando pazientemente quanto si riceve da essi, arrivando fino a soffrire per loro. Infatti non ha ancora un amore puro colui le cui disposizioni cambiano a seconda di quelle degli altri. Amare in ugual modo suppone che non si escluda nessuno. Se un tale lo si detesta e un altro lo si ama, da queste differenze si riconosce che uno è lontano dall’amore divino e non ama con tutta l’anima. Beato chi vede tutti gli uomini su un piano di uguaglianza e per tutti ha lo stesso amore. Bisogna pensare l’uomo abitato da Dio.

La bontà è una virtù modesta. Non è né luminosa come il genio, né rumorosa come il valore; nascosta nell’ombra fa il bene e ne è soddisfatta. La vera bontà è amica della scienza del distacco. E’ come l’ albero che non mangia i propri frutti, ma li offre perché altri li mangino. E’ come la sorgente che non beve la propria acqua, ma spegne la sete e la calura che altri soffrono. Godere infatti della bontà altrui non è la più grande felicità. Si prova maggiore felicità a produrre la bontà che a riceverla. La felicità maggiore risiede nel dono di se stessi, nell’espansione disinteressata di ciò che abbiamo di meglio nell’anima nostra. La felicità suprema dell’uomo non consiste nel dispensare il sapere. Ciò che abbiamo di meglio in noi risiede nel cuore: “Bonus homo de bono thesauro profert bona” … “L’uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone” Mt 12,35. Per questo motivo non vi è gioia paragonabile a quella che si sente traboccare dal cuore pieno di bontà. Quale gioia sapere che, per noi, altri sono diventati più felici e più buoni. La nostra vita sembra accrescersi della vita degli altri. E’ come se avessimo più anime per godere. La bontà, espandendosi, strappa dal triste sentimento di sentirsi inutili. Sentimento che atrofizza tutte le funzioni del nostro essere.

Non è la forza il migliore mezzo di conquista; la potenza senza la bontà, paralizza il bene. Anche la bellezza risveglia piuttosto l’ammirazione, che l’amore, essa ha bisogno di un tratto di bontà che la completi. Nei Vangeli non troveremo niente che autorizzi la violenza, niente che autorizzi quei toni superbi e dominanti, quella forza altera e contenziosa. La bontà divina esercita la sua benefica influenza ovunque regna. Troppa severità inasprisce i difetti e li conserva, mentre spesso la compassione li fa morire. Se saremo lupi con gli uomini, possiamo essere certi della sconfitta, ma se li   faremo felici li renderemo migliori. Se potessimo scegliere tra il farci temere e il farci amare, dovremmo preferire il farci amare. Il cuore buono si sente mosso a soccorrere l’infelicità. Quanti uomini sono diventati orgogliosi a tal punto  che si chiudono all’indulgenza; calpestano coloro che cadono, invece di tendere loro la mano; pubblicano le loro debolezze, mentre dovrebbero tacerle; hanno un gusto criminale a divulgare le disgrazie altrui: questi sono cuori cattivi. Tutt’altra cosa è un cuore animato dall’amore. Un segreto istinto avverte la miseria altrui, e invece di condannare i poveri disgraziati, li compiange e soffre con essi. Tutte le piaghe lo commuovono, quelle del corpo e quelle del cuore, e quantunque fossero grandi le umiliazioni per i mali commessi, accorda la sua stima a coloro che sono disprezzati e odiati per i loro errori, come insegna la Verità: “quia ipse benignus est super ingratos” … “Egli è benevolo verso gli ingrati” Lc 6,35. L’uomo che cerca la Sapienza Divina deve avere compassione e amore per tutti senza eccezione e in modo uguale. Il comandamento di amare i propri nemici sottolinea questo carattere universale dell’ amore, il quale non deve conoscere eccezioni, come dice la Verità: “Diligite inimicos vestros” … “Amate i vostri nemici” Lc 6,27.  L’uomo realmente buono non fa eccezione di persone. Questo è il segno distintivo dell’amore cristiano, mentre gli stessi peccatori sono capaci solo di un amore selettivo, amano quelli che li amano: “Et si diligitis eos, qui vos diligunt, quae vobis est gratia? Nam et peccatores diligentes se diligunt” … “Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso” Lc 6,32.

L’amore può essere un tesoro nel cuore solo se ha subito il necessario processo di affinamento. Quando un uomo ha il sole alle spalle non può raggiungere la sua ombra, quand’anche la inseguisse per milioni di anni. Sarà sempre l’ombra a precederlo senza che possa essere raggiunta e vinta. Ma quando un uomo si volge verso il sole e cammina, l’ombra cade dietro di lui e lo segue come uno schiavo. Finché  l’uomo volge le spalle a Dio egli insegue solo l’ombra della bontà, l’illusione della virtù. Potremmo essere dotti in milioni di campi di studio, ma se non avremo coltivato la scienza di Dio la nostra istruzione non sarà capace di elevare neanche la più piccola delle nostre azioni. Le scienze naturali ci possono fornire solo cibo, vestiti, e cose simili, ma l’unica ad accrescere la forza dell’ amore è la scienza divina.
La pietà è il primo sentimento che denota un buon cuore, ma non si può essere buoni che per mezzo della Pietà Divina. Se l’uomo dimentica che Dio abita in tutti gli esseri agisce senza consapevolezza, senza comprendere che il servizio reso a qualunque essere, è reso a Dio presente in tutti (cfr. Ef 4,6). L’osservazione che alcuni fanno, dicendo che i pensieri buoni non valgono a nulla se non diventano buone azioni, non è del tutto vera. I sentimenti di pietà sono atti di amore interiore, e sono operazioni spirituali di un buon cuore. L’amore interiore non è mai sterile, se è vero tende ad esprimersi al di fuori in opere visibili. Il cuore compassionevole è come un vaso ricolmo che non può trattenere i suoi flussi di bontà. L’amore del cuore è come lo straripamento di noi stessi negli altri. L’anima buona se amando di più venisse ad essere meno amata, non se ne risentirebbe scoraggiata e delusa, perché ha appreso prima dal Signore e poi dall’esperienza che “Beatius est magis dare quam accipere” … “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” At 20,35.
E’ appunto questo disinteresse la prima condizione del vero amore. Quelli che amano gli altri per essere più amati, cercano l’interesse proprio, non conoscono le ispirazioni pure. Somigliano a quei padroni dei tempi antichi, che curavano i propri schiavi per esserne meglio serviti. L’uomo buono è estraneo ad ogni calcolo; dal dono che fa nient’ altro aspetta se non la consolazione di aver soccorso chi aveva bisogno. Con una specie di pudore avvolge nel silenzio e nell’ombra le sue azioni migliori. Egli preferisce le opere che restano nell’ombra a quelle che risplendono e fanno clamore. La bontà dei pensieri è più rara e più difficile della bontà delle parole e delle azioni. Essa suppone che si pensi agli altri senza criticarli e senza disprezzarli. Ciò non si ottiene senza qualche sforzo spirituale, perché per correggere l’amarezza dei propri giudizi, bisogna combattere le passioni del risentimento e dell’orgoglio, nelle loro manifestazioni interiori. L’uomo applicandosi all’interiorità ottiene la visione del cuore. Questo è possibile quando la sua inclinazione interiore è più forte della sua inclinazione esteriore. Allora, percepisce il significato profondo, sente con il cuore, perché possiede il puro pensiero, e l’illusione di essere solo il proprio corpo è rimossa dall’acquisizione della retta conoscenza.


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Il desiderio della felicità

Nessuna realtà di questo mondo è in grado di rispondere al desiderio di infinito che è nell’anima. Al desiderio di infinito godimento che esiste nell’uomo, il mondo corrisponde solo piaceri limitati, piaceri che appena consumati lasciano un vuoto doloroso. L’anima ha sete di infinito, come potrà bastarle il mondo?

Ma il primo uomo dove traeva la beatitudine di cui godeva? Dalla terra? Dalle cose del mondo? Dall’effimero possesso e godimento dei beni sensibili? L’uomo godeva ineffabilmente di Dio. Questa è una gioia che l’uomo non potrebbe trovare in nessuna cosa, ne in se stesso, ne in nessun altro bene relativo fuori di Dio. L’uomo corre da un oggetto all’altro, esaurisce le diverse esperienze di questo mondo senza mai trovare un termine definitivo. Egli va alla ricerca di molteplici appagamenti: vuole sentirsi sazio. Vuole essere felice perché sente di non esserlo. Avverte interiormente il vuoto, l’inquietudine, l’insoddisfazione e la tristezza. Nulla può appagare il nostro desiderio di felicità, nulla placa la sete di gioia, nulla sazia la nostra capacità di gioire. L’uomo quaggiù ha sempre sete e nulla appaga i suoi desideri, come dice la Verità: “Omnis, qui bibit ex aqua hac, sitiet iterum” … ”Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete” Gv 4,13. E’ come se non raggiungessimo mai l’oggetto delle nostre aspirazioni. Ma qual’è il vero bene il cui possesso è vera felicità? E’ felicità per l’uomo quel bene che non può perdere se non lo vuole.

Perché le cose di questo mondo non possono dare gioie durature e profonde? Perché l’uomo può perdere tutto anche se non lo vuole. Egli può perdere le ricchezze anche senza volerlo. Può perdere la casa anche senza volerlo. Può perdere i figli senza volerlo. Può perdere la tranquillità e la salute. Può perdere anche la virtù per la fragilità della natura senza volerlo, come dice S. Paolo: “Non enim, quod volo bonum, facio, sed, quod nolo malum, hoc ago” … ”io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” Rm 7,19. Dio al contrario è il bene per il quale l’uomo diventa veramente buono e per questo felice; ne lo riceve suo malgrado, ne lo perde contro la sua volontà.

L’uomo, allontanando da Dio il desiderio dell’anima per volgere ai beni sensibili il suo amore, vive uno stato di frustrazione permanente, una insoddisfazione ontologica perpetua. Anche se la soddisfazione di qualche desiderio gli da di tanto in tanto l’illusione di aver trovato quella felicità che l’anima cercava, l’oggetto che egli ha scambiato per un’assoluto finisce per rivelarglisi nei suoi limiti e nel suo carattere relativo. La delusione e il vuoto seguono ogni soddisfazione, ogni desiderio sensibile. L’uomo, nel più profondo di se stesso avverte una mancanza, una inadeguatezza, tra la realtà raggiunta e le sue aspirazioni fondamentali tradite. La tristezza occulta o manifesta prende il posto della gioia beata e si fa più intensa, espressione dell’inquietudine che l’anima avverte dinanzi al vuoto interiore che la separa dall’assoluto. La felicità viene identificata con il piacere e l’uomo non può sfuggire al triste sentimento di sentirsi inutile, sentimento che è il peggior disastro per una creatura umana.

Poiché grande è la ferita dell’umanità, il Signore non viene a condannare, ma a salvare l’uomo, che dalla trasgressione di Adamo è  ferito e ottenebrato da Satana. Dio suscitò Mosè, ma la Legge non può costituire una mediazione sufficiente. Essa è incapace di guarire le ferite e le malattie dell’anima, come chiarisce S. Paolo: “Si enim data esset lex, quae posset vivificare, vere ex lege esset iustitia” … ”Se infatti fosse stata data una legge capace di conferire la vita, la giustificazione scaturirebbe davvero dalla legge” Gal 3,21. Cosa si deduce? Gesù non è solo Colui che intima le norme morali, denunciando le trasgressioni della Legge. Egli è un medico e un chirurgo la cui abilità spirituale è proporzionata alla gravità delle malattie e delle piaghe. Il Signore non è venuto come chi denuncia le colpe, ma come Colui che porta la conoscenza e il discernimento delle cause che risiedono nelle passioni-malattie dell’anima. E’ la sete, ossia i desideri malati e passionali che fanno l’anima malvagia. La malvagità dell’anima è più grave della colpa, perché la colpa è un atto che può essere compiuto limitatamente ad un tempo, anche raramente, mentre la malvagità è uno stato che più facilmente permane nell’anima, senza che necessariamente sia accompagnata da un’azione compiuta. Se l’anima è malvagia, prima o poi l’uomo peccherà con le azioni, infatti, se non si pecca prima con i pensieri non si peccherà mai con le azioni. Cristo, contrariamente agli scribi e ai sacerdoti investiti di autorità morale, ma che insegnavano a combattere solo le manifestazioni esteriori dei peccati, affondava le radici nei pensieri indicando le cause delle colpe nelle passioni, ossia nelle malvagità del cuore, come solennemente si preoccupava di insegnare: “ab intus enim de corde hominum cogitationes malae procedunt” … ”Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive” Mc 7,21. Sarebbe vano combattere le passioni solo nelle manifestazioni esteriori, perché queste affondano le radici nell’anima, e se le passioni sussistono, altre azioni cattive ne procederanno di nuovo inevitabilmente. Questo è uno dei motivi per cui, il Signore, rimproverava ai sacerdoti di aver tolto la chiave della scienza spirituale, abbandonando gli uomini agli ascessi e ai tumori delle passioni: “Vae vobis legis peritis, quia tulistis clavem scientiae! Ipsi non introistis et eos, qui introibant, prohibuistis” … ”Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito” Lc 11,52. Questi censuravano le trasgressioni della Legge, cioè le colpe esteriori, ma non offrivano agli uomini un rimedio alle cause, ossia ai mali interiori più disastrosi e perniciosi; nulla di più fatale per la salvezza dell’anima. Gli scribi, i farisei e i sacerdoti erano ciechi, non vedevano le infermità che si sviluppano internamente, come dice la Verità: “caeci sunt, duces caecorum” … ”Sono ciechi e guide di ciechi” Mt 15,14.

Chi vuole conoscere Cristo e divenire un buon cristiano deve dedicarsi ad una lotta non già carnale, ma spirituale, contro i pensieri passionali che deformano segretamente l’anima. Non basta suggerire l’osservanza della Legge, non è sufficiente, essa non giunge fino alle profondità dell’anima, dove la peste viziosa delle passioni si sviluppa e infetta le facoltà: la parte razionale che genera la vanità, l’orgoglio, la presunzione, l’arroganza, la durezza, la menzogna, la falsità e l’eresia; la parte irascibile che partorisce il furore, la crudeltà, il rancore, la vendetta e la tristezza cattiva; la parte concupiscibile che produce l’amore ai piaceri, l’amore al denaro, l’avidità, i desideri perniciosi e terreni. Il Signore con vero discernimento aiutava a comprendere che l’inizio e la radice delle colpe che commettiamo stanno nel cattivo pensiero. Infatti, molti si astengono dalle azioni cattive, ma non dalle passioni corruttrici che hanno sulla vita interiore diversi e gravi effetti patologici. Sono i pensieri passionali che impercettibilmente si ancorano all’anima, si sviluppano e la avvelenano poco a poco. L’uomo reprimendo solo le azioni cattive senza combattere le cause passionali di quelle azioni, finisce in breve tempo in una grave prigionia interiore dalla quale sarà difficile venirne fuori. Questo accade quando le anime non sono aiutate a guarire dalla tirannia delle passioni nascoste; non sono educate a discernere le malattie e le malvagità del cuore. Gli uomini, come ciechi pensano che per essere graditi a Dio ed essere buoni, basti essere puntuali alle sacre funzioni, basti pregare, non uccidere, non rubare e non essere adulteri, mentre le passioni imputridiscono l’anima che si riempie di vermi e finisce per pervertirsi lentamente.

L’anima può essere cattiva ancor prima che tale malvagità sia manifestata con le azioni, per questo motivo il Signore diceva ai farisei superbi e passionali: “Publicani et meretrices praecedunt vos in regnum Dei” … ”I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” Mt 21,31. Diceva così perché il male può svilupparsi nel cuore anche quando l’osservanza della Legge è irreprensibile. L’amore di se stessi, per esempio, quando inclina al piacere, genera: superbia, avidità, arroganza, ostentazione, durezza di cuore, sentimento di superiorità, disprezzo degli altri; quando invece, l’amore di se stessi è schiacciato dalla sofferenza, fa nascere: la collera, l’invidia, l’odio, il rancore, l’ostilità, la maldicenza, la calunnia, la disperazione, le false accuse alla Divina Provvidenza e tutte le altre malvagità.

L’uomo che, osservando la Legge, trattiene la malvagità nell’anima, non entrerà nel Regno dei Cieli, perché ama le cause passionali che determinano le azioni cattive; per questo motivo dice il Signore: “Nisi abundaverit iustitia vestra plus quam scribarum et pharisaeorum, non intrabitis in regnum caelorum” … ”se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei Cieli” Mt 5,20. Se l’uomo non supera il concetto di virtù che si riferisce solo alle opere del corpo e non consegue la giustizia e la virtù dell’anima, ossia la purezza interiore, non entrerà nel Regno dei Cieli. Infatti, prima delle parole e degli atti, è l’anima che non deve essere malvagia, perché chi manca con il pensiero ha già infranto il tempio della sua anima. La purezza del cuore è una condizione essenziale per la salvezza; gli uomini non fanno altro che il bene o il male suggerito segretamente dal cuore, per questo la strategia terapeutica di Cristo mira a guarire nell’uomo le malattie spirituali. Ogni pensiero si presenta all’uomo come una prova che può condurlo alla sua perdizione o alla sua salvezza, all’afflizione o alla felicità.


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Le radici della paura

Adamo, dopo la trasgressione, disse: “timui eo quod nudus essem” … “ho avuto paura, perché sono nudo” Gn 3,10. Egli avvertiva il vuoto, la privazione della visione di Dio, e al posto della conoscenza divina e spirituale, si aggrappò solo alla conoscenza carnale. Catturato dalla sensazione, l’intelletto ormai pesante, fu assalito dalla paura. Satana voleva che l’uomo smarrisse Colui che poteva essere raggiunto solo dentro l’uomo stesso; sbarrò il passaggio al cuore e sollevò la barriera della paura impedendo di percepire le impronte della divinità. Inchiodò l’uomo all’aspetto superficiale e visibile delle cose corporee, rendendolo incapace della visione chiara e trasparente delle energie divine. L’uomo divenne il creatore di un’altra conoscenza, di un mondo fantasmatico, solamente corporeo e vuoto.

L’uomo pensa di essere solo, si è abituato all’oscurità, distorce la realtà, proietta, mescola le cose e non distingue più ciò che è bene e ciò che è male. L’assuefazione al male non lascia più vedere ciò che è male. Ecco perchè la malvagità ha molto prevaricato e gode di una pubblicità consacrata quasi alla legge; infatti, è proprietà naturale del male provocare l’oscurità della mente e tutti gli stati come il vuoto, la paura, l’inquietudine, l’ansia, l’angoscia, la tristezza e la disperazione. Tutti questi stati della mente sono legati ad un attaccamento alle cose visibili, alle quali l’uomo si stringe disperatamente, e ritrovandosi decentrato, vive al di fuori di se stesso alienato. Legato con questa fune di amore colpevole all’aspetto corporeo di sé e del mondo, lascia che tutto ciò che non è Dio occupi un posto smisurato ed esclusivo in lui, e le paure si scatenano per i dissesti, le condizioni fisiche, i pericoli di persone molto care e la privazione di cose. La paura risulta il frutto della separazione dell’uomo da Dio ed è sempre favorita dalla sterilità dell’anima, causa della perdita della presenza divina. L’uomo non sarebbe stato vinto se non si fosse allontanato dall’Invincibile. Infatti, chi più si allontana da Dio, più è vinto, più teme, perché è tanto peggiore quanto più è lontano.

La paura si rivela come la prova della stupidità dell’uomo, il quale pur sapendo che non può impedire che gli capiti qualunque cosa o che non può evitare i pericoli o le privazioni che teme, continua ad appigliarsi a ciò che finisce, è incerto e breve, come dice la Verità: “Attendite autem vobis, ne forte graventur corda vestra in crapula et ebrietate et curis huius vitae, et superveniat in vos repentina dies illa” … “State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso” Lc 21,34. Infatti, non bisogna legare il cuore alle cose sensibili, anche se è Dio a donarle, se non vogliamo che le paure ci piombino addosso improvvise.

Si teme perché le cose del mondo e la vita stessa hanno per l’uomo passionale ancora un valore eccessivo, ma i buoni non dovrebbero aspettarsi da Dio come bene grande ciò che Egli da anche a chi non è buono, perché se il vero bene consistesse in tali cose certamente Dio non le darebbe anche ai cattivi. L’uomo, invece, potrebbe conseguire beni così preziosi ed una tale forza spirituale che nessuna avversità sarebbe in grado di smuovere, come è evidente in Gesù Cristo che, crocifisso e ucciso nel corpo, non fu smosso interiormente di un millimetro; era centrato sul proprio essere, fisso su ciò che è immortale:  “nolite timere eos, qui occidunt corpus, animam autem non possunt occidere” … “non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima” Mt 10,28.

Il carattere patologico della paura appare nella parte dell’immaginario. Le paure si prendono gioco delle speranze dei pii ammiratori del mondo e costoro per lo spavento si lasciano completamente possedere dal mondo stesso. Questo accade perché le immagini che l’uomo ha del mondo sensibile nella sua percezione non sono più trasparenti alle energie divine, come lo erano in Adamo, e per questo non gli ricordano più il Creatore, ne lo elevano più verso di Lui. Per questo lo spirito vagabonda da fantasmi a fantasmi, da paure a paure, che si dissolvono gli uni nelle altre. Le immaginazioni paurose prendono possesso dell’anima in molti modi e fanno di essa una tana di pensieri sterili e passionali. Il quadro della mente, così, è interamente riempito dalle figure e dalle forme imposte dall’immaginazione che non lasciano posto o spazio ad alcun pensiero di Dio.

L’immaginazione nell’uomo decaduto gioca un ruolo malefico, essa è come un ponte sopra il quale passano i demoni e costituisce la principale porta di ingresso alla paura. Satana, infatti, senza l’immaginazione non potrebbe suscitare pensieri e presentarli allo spirito per turbarlo. L’immaginazione ebbe un ruolo di primo piano nella caduta dell’uomo. Satana separò Adamo da Dio dandogli la possibilità di immaginare di avere la dignità divina, ed è così che continua ad ingannare i peccatori, facendo loro credere di essere come Dio, se non hanno chi li comandi, perché Dio non ha nessuno sopra di Sé. Non avendo Dio nessuno sopra di sé, essi non sopportano Dio sopra di loro, affinché possano essere essi stessi Dio. E’ l’immaginazione che mostra una cosa per un’altra: l’uomo non è Dio e pensa di esserlo, crede di bastare a se stesso ma non basta neanche a vincere le sue paure. L’immaginazione lo convince di essere invincibile, ma chi ama le cose che possono essergli rapite, è già vinto. Solo chi ama Dio è invincibile perché non gli può essere tolto ciò che ama.

E’ l’uomo che crea il problema della paura e poi va in cerca di una soluzione e una risposta alle sue inquietudini. Lo sciocco si preoccupa dei sintomi, il saggio, invece, cerca la causa, la radice della paura. Se l’uomo ha la febbre bisogna agire su ciò che la causa, eliminata la causa, la temperatura scende da sè. Nella vita, però, gli sciocchi sono più numerosi dei saggi; si aggrappano ai beni di questo mondo e al loro godimento. Costoro immersi nel sensibile rimangono nella conoscenza e nella vita del corpo, per questo temono e hanno paura.

Quando la paura viene talmente assorbita dall’uomo, essa si manifesta sotto un’aspetto prevalentemente patologico. L’immaginazione si rappresenta delle realtà che non esistono; costruisce, anticipa e fa ammettere come sicuri, presenti e futuri avvenimenti che non esistono e di cui nessun motivo obiettivo permette di assicurare la realizzazione. L’immaginazione malata partorisce la paura sotto forma di falsa preveggenza o di vana apprensione di pericoli immaginari. La paura rimette in questione le cose più sicure in nome di ciò che teme e priva l’uomo di sicurezza nelle stesse cose più sicure. Lo spavento viene da un’immaginazione troppo potente e questa inventa la percezione di una realtà inesistente. Come il male, la paura è un influsso irrazionale, una forte dose di immaginazione che spaventa, caratterizzata da un’assenza di ragioni obiettive.

La paura, infatti, è l’abbandono degli aiuti del ragionamento, li dove la ragione rimane sola, avendo escluso Dio; contrariamente a quanto afferma la Verità nell’ora della prova: “et me solum relinquatis; et non sum solus, quia Pater mecum est” … “mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me” Gv 16,32. L’uomo ha paura perché pensa di essere solo, pensa di essere vuoto, senza Dio.


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La malattia dell’avidità

L’avidità è a fondamento di ogni male e impedisce di fare il bene. Si tratta di un attaccamento, di un’affezione patogena, capace di produrre molteplici malattie spirituali. Tale attaccamento si manifesta nel godimento provato nel possedere le ricchezze materiali, nelle preoccupazioni di conservarle, nella difficoltà che si prova nel separarsene e nella pena che si sente nel donarle. Questa malattia consiste nella volontà di acquisire nuovi beni e nel desiderio di possederne sempre di più ; la sua caratteristica fondamentale è quella di essere insaziabile.
La passione dell’avidità ha la tendenza a svilupparsi sempre più e non è mai appagata dagli oggetti ai quali si attacca. E’ una malattia crudele come la fame incessante che i medici chiamano bulimia: pur mangiando fino ad ingozzarsi nulla calma la fame.
Analizzando e trasportando questa malattia dal corpo all’anima, ne consegue che la bulimia dell’anima è l’avidità. Infatti cosa vuol dire avidità se non andare oltre la misura, oltre il bisognevole?! D’altronde anche nella vanità e nell’orgoglio si trova la malattia dell’avidità, che non è altro che l’andare oltre la misura dell’amore di se’ e del proprio valore. I desideri si estendono più di quanto l’anima possiede già, e spingono l’uomo oltre i limiti e insegnano a volere molto.
Per questa malattia i poveri invidiano i ricchi e i ricchi invidiano quelli che sono più ricchi di loro. Per questo ogni uomo che possiede in sufficienza o in abbondanza si ritiene comunque troppo povero. L’avidità si manifesta in questo: nel ricevere con gioia e nel dare con tristezza.
Si tratta di un atteggiamento tirannico perché rende l’uomo schiavo di quello che possiede, o può possedere, e lo aliena dalla vita spirituale, come dice la Verità: “Videte et cavete ab omni avaritia, quia si cui res abundant, vita eius non est ex his, quae possidet“ … “Guardatevi e tenetevi lontano da ogni avarizia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni” Lc 12,15, cioè dalla sazietà dei beni materiali anche se goduti. L’anima infatti prova sconvolgimenti e disagi a motivo dell’inappagato desiderio di possedere di più. Questo male non dà mai tranquillità e acquietamento e genera uno stato di paura, di ansia e di angoscia. L’ansia dell’anima è di conservare ciò che ha accumulato, e questa sazietà la angoscia.
Nell’uomo, la prima angosciosa domanda dei suoi desideri è: come fare ad ottenere? Giunto a soddisfare i desideri insorge in lui un’altra pena: l’inquietudine di trattenere e conservare ciò che con tanta pena ha acquisito. In questo modo l’anima non ha riposo e le si aggiunge un altro devastante effetto patologico: la tristezza; uno stato depressivo dell’anima, che è prodotto dalla frustrazione del desiderio di possedere di più, dal sentimento di non avere abbastanza, dall’idea di perdere ciò che si possiede, come pure dall’effettiva perdita delle cose. Perché accade questo? Perché il desiderio di acquisire ciò che non è Dio non conosce mai una soddisfazione definitiva, come dice la Verità: “Omnis, qui bibit ex aqua hac, sitiet iterum” … “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete” Gv 4,13. La tristezza è continua e interiore, legata all’insoddisfazione e come il mare non è mai senza flutti, così l’avido non è mai senza inquietudine.
Dov’è il piacere e la tranquillità dello spirito nelle ricchezze anche se godute? Vi si trovano solo motivi di continua afflizione, è un piacere che non da affatto riposo.
La malattia dell’avidità rende la vita dell’uomo talmente opprimente che lo riduce incapace di godere nell’anima non solo i beni spirituali, ma anche i beni che ama con il corpo. L’uomo così si priva della gioia di quelle cose che gode senza mai esserne sazio.
L’attaccamento genera questa situazione penosa: l’amore che ha per i beni sensibili non è la prova della soddisfazione, ma della malattia dello spirito. L’ansia e la tristezza, scaturite dall’avidità, sono una patologia dello spirito che può nel tempo tradursi anche in una infermità somatica e psichica.
Questa malattia passionale è notte e oscurità dell’anima che non vede le cose come sono, ma le percepisce alterate, in quanto dà agli oggetti un’attenzione ed un valore che non hanno nella realtà. Da ciò si deduce il carattere persino ossessivo e allucinatorio di questa passione.
Ossessionato dai beni materiali e dal piacere che può trarre da essi, l’avido non vede altro che l’oro che immagina e come folle non vede il mondo reale ma solo le allucinazioni del sua mente ottenebrata. Preso dal desiderio insaziabile giunge persino a volere le cose che non esistono o che non può conseguire e si immerge in un mondo immaginario.
Questa malattia dell’avidità ha due cause: l’amore al piacere e la mancanza di Fede. Se l’uomo amasse Dio, Egli lo riempirebbe non di qualche bene, ma di se stesso.
Il progetto di Dio era che l’uomo fosse un’essere immune ad ogni attaccamento disordinato ai beni materiali, per annoverarlo tra gli dei, come dice la Verità: “ Dii estis, et filii Excelsi omnes” … “Voi siete dèi, siete tutti figli dell’Altissimo” Sal 81,6.
Cessiamo di amare troppo i beni che periscono se non vogliamo perdere davvero quelli che non possono perire.


La malattia dell'avidità MP3

La malattia passionale

Le passioni sono malattie spirituali che appaiono come il prodotto dell’invenzione dell’uomo.
Queste sono divenute come un’abitudine e una predisposizione inveterata, come una seconda natura.
Mentre le virtù costituiscono il funzionamento secondo natura e servivano a orientare ed elevare l’uomo verso Dio, le passioni, al contrario, sono come un funzionamento contro natura, distolto dalla finalità naturale e normale.
L’anima che si lascia andare a movimenti passionali è dichiaratamente fuori dalla sua natura, non è più guidata da ciò che le è proprio ma dalla malattia che si è aggiunta ed è estranea alla sua salute.
L’uomo si ferì con il suo stesso libero arbitrio, ma una volta ferito non fu capace di recuperare la salute della sua natura. Egli, negando Dio attraverso l’amore esclusivo di se’, bastò a se stesso per rovinarsi. In questo modo aprì la porta alle malattie passionali facendosi il male più grande, introducendo nella propria natura molestie, turbamenti e sofferenze di ogni genere.
Da quel momento non percepì più il legame trascendente che unisce gli uomini.
L’altro cominciò ad essere visto come un concorrente, un rivale nell’affermazione di se stesso e nella ricerca del piacere. E’ proprio questo amore malato di se’ che fece volgere gli uni contro gli altri, infatti si vedono ovunque: opposizioni, divisioni, rivalità, invidie, gelosie, discordie, inimicizie, litigi, aggressività, arroganza e tutte quelle manifestazioni delle malattie passionali.
Dio volle prescrivere all’uomo, quando era ancora sano, la virtù; se l’avesse praticata non avrebbe contratto le malattie passionali. Per non aver dato ascolto al consiglio si indebolì, cadde infermo e divenne portatore di malattie spirituali.
E’ così che l’uomo peccando dimostra di amare la sua malattia, non la sua salute.


La malattia passionale MP3

Patologia dell’appagamento

L’uomo, pienamente appagato da Dio, era destinato a godere dei beni sensibili, ma a gioirne spiritualmente, invece, decaduto si è messo a desiderare le creature e a volerne godere in se stesse egoisticamente al di fuori di Dio. Ciò che l’uomo chiama godere, è godere del malfare, perché cerca e desidera malamente il bene. Cos’è questa pretesa di volere ciò che è buono mentre si è cattivi? Colui che non sa condurre la vita in modo spirituale concentra tutti i suoi sforzi nella carne e allontanandosi da Dio diventa cattivo.

Quale oggetto avvicinandosi alla luce diventa scuro? Dice la Verità: “qui sequitur me, non ambulabit in tenebris” … “chi segue me, non camminerà nelle tenebre” Gv 8,12. L’uomo lontano da Cristo è come un oggetto oscuro e freddo. Solo quando l’anima si avvicina a ciò che le è superiore acquista sapienza, virtù e amore.

Ora invece, tutti i desideri dell’uomo appaiono costituiti dalla decadenza e dal rivestimento patologico del desiderio naturale, e così si trova orientato contrariamente alla sua natura verso le cose corporali, per mezzo del piacere che agisce in lui. Questo desiderio del piacere è una malattia dell’anima.

L’uomo non ha più come scopo Dio, ma il proprio piacere, e non ha altra norma che l’amore carnale di se’. Considera gli esseri solo relativamente al grado del suo desiderio nei loro riguardi, infatti, deduce la loro importanza e il loro valore dall’intensità del piacere che può trarre da essi.  Nello stato decaduto il piacere diventa il criterio del bene, e il mondo diviene una proiezione immaginaria dei desideri e le creature solo strumenti di godimento e mezzi per soddisfare le passioni.

Eccitando l’amore del piacere, l’uomo, inventa molteplici modi per godere, frutto e scopo dell’amore egoistico di se’, come dice S. Giacomo: “Non est ista sapientia desursum descendens, sed terrena, animalis, diabolica” … ”Non è questa la sapienza che viene dall’alto: è terrena, carnale, diabolica” Gc 3,15.

In questo modo la conoscenza dell’uomo, divenuta carnale, introduce confusione nella sua percezione della realtà, e non conoscendo più l’ordine dell’amore ama di più ciò che deve amare di meno, e ama di meno ciò che deve amare di più, giungendo ad amare ciò che non deve e lasciando di amare ciò che deve. L’intelligenza indotta in errore, non vede la trappola nascosta che immagina come un bene, e cade vittima di un’illusione pensando che il piacere sia il bene assoluto e vero. Questo modo di conoscere è ignoranza di tutto ciò che è buono e vero ed è chiamata conoscenza nuda perché spoglia di ogni conoscenza di Dio; per questo l’amore del piacere risulta una delle più gravi e importanti malattie spirituali dell’uomo decaduto e di nessuna utilità fondamentale perché non serve a far conseguire o realizzare il suo vero destino, come dice la Verità: “Spiritus est, qui vivificat, caro non prodest quidquam” … “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla” Gv 6,63.

Reso selvaggio dall’amore al piacere distrugge la sua stessa natura; privo di discernimento e senza coscienza della sua perdizione, consegue l’accecamento nei riguardi della Verità che è il vero bene. Il bene diventa tutto l’opposto del bene, e il male tutto l’opposto del male. Questo stato in cui l’uomo confonde il bene e il male, e scambia l’uno per l’altro, è un delirio che fa ritenere incerte alcune cose che sono più chiare di quelle che si vedono con gli occhi. La conoscenza carnale colma, nell’uomo, il vuoto lasciato nell’intelletto dalla perdita della conoscenza spirituale.

L’attenzione dell’anima è fissa solo sulle apparenze superficiali e l’uomo si vota a ciò che gli appare migliore e non a ciò che lo è realmente; nutre desideri verso la materia e avendo distolto la sua intelligenza dalla Verità, sragiona, e si comporta in maniera insensata. Il desiderio rivoltato fa vivere l’uomo capovolto in un mondo al rovescio, in cui i valori sono capovolti e la carne più apprezzabile dello spirito: “Caro enim concupiscit adversus Spiritum, Spiritus autem adversus carnem” … “la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne” Gal 5,17.


Patologia dell'appagamento MP3

La falsa conoscenza

Il male non è in Dio. Egli non solo è giusto, ma è la stessa e vivente Giustizia, non solo è vero, ma è la stessa e vivente Verità. E’ quell’essere che solamente ha in grado sommo la perfezione, come dice la Verità: “Nemo bonus, nisi unus Deus” … “Nessuno è buono, se non Dio solo” Mc 10,18.
Se Dio fosse autore del male cosa potrebbe esigere dall’uomo? Egli sarebbe vero e falso, santo e peccatore, buono e cattivo. E’ la falsa conoscenza che attribuisce a Dio il bene e il male, questa mescolanza ha la sua sorgente nelle oscure caverne dell’io, ed ha più l’aspetto dell’esoterismo che della spiritualità. La causa del male non va cercata fuori dell’uomo. Il male appare come il prodotto di un’invenzione dell’uomo stesso. E’ per la disobbedienza del primo uomo che abbiamo introdotto in noi un elemento estraneo alla nostra natura. Il male delle passioni sono state introdotte e innestate nell’anima come parte irrazionale, con la caduta, come dice la Verità: “ab intus enim de corde hominum cogitationes malae procedunt” … “Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive” Mc 7,21.

Tutti gli esseri erano in origine interamente buoni. Adamo era esente da ogni male. La libertà aveva come condizione la semplice possibilità del male, non l’attuazione di questa possibilità, non il compimento effettivo del male. L’uomo ha abusato della libertà per liberamente fare il male, mentre avrebbe dovuto usarne per fare il bene.
Il male non è naturale, non ha ne essere ne sostanza, somiglia alle tenebre che non esistono per se stesse, ma esistono per la privazione della luce. L’uomo allontanandosi dalle virtù divine ha consolidato l’ignoranza di Dio in se stesso, per questo il male non è altro che allontanamento dal bene. E’ come una seconda natura, come una natura sopraedificata.
Quando l’uomo è nel suo stato naturale-spirituale conduce la sua vita verso l’alto. Quando è al di fuori della sua natura viene a trovarsi in basso.

La malvagità è estranea alla natura dell’anima e non appartiene ad essa, come la malattia è estranea alla salute. E’ evidente che la salute esiste nella natura prima dell’irruzione della malattia; così il bene prima del male.
E’ l’uomo che ha cambiato in passioni le qualità costitutive della propria natura. Le virtù furono deformate in vizi, la libertà in schiavitù interiore. Come? Alienando l’intelligenza verso l’esteriore e votandosi ad ogni sorta di male.
A Dio e alla bellezza spirituale, preferì ciò che appariva dilettevole ai suoi occhi. L’uomo volle impadronirsi delle cose di Dio, senza Dio.
Giunto ad una tale insensibilità interiore, oramai, teme le malattie del corpo senza temere quelle dell’anima. Si affanna per non morire e non fa nulla per evitare il male. Una fatica che può solo ottenere di differire e non di evitare la morte. L’uomo dovrebbe temere i mali dell’anima più delle malattie del corpo. Quando la malattia uccide un corpo, cosa può fare di più? La malvagità, invece, deforma l’anima, la rende infelice in questo mondo e la perde in eterno.


La falsa conoscenza MP3

Deviazione della conoscenza

L’uomo, perduta la scienza di Dio, diventa cieco e pensando di non avvertire il castigo già lo subisce. Infatti l’accecarsi della mente è già una pena, come dice la Verità: “Coeci sunt …” … “Sono ciechi …” Mt 15,14.

Adamo perdette l’occhio della mente. Al posto della conoscenza divina e spirituale, conseguì la conoscenza carnale. Come?
L’albero della conoscenza che Dio proibisce ad Adamo di toccare, rappresenta la creazione visibile che contemplata spiritualmente, è l’albero della conoscenza del bene, ma considerata sotto il solo aspetto materiale, è l’albero della conoscenza del male. La creazione conosciuta solo materialmente diviene un maestro che insegna le passioni e conduce all’oblio di Dio l’intelletto di coloro che hanno con essa solo rapporti corporei.
Dio, vietando all’uomo di mangiare del frutto dell’albero gli aveva indicato il pericolo di entrare in questa seconda conoscenza, che fino ad allora ignorava. Gli occhi spirituali di Adamo si chiusero e al loro posto si aprirono gli occhi della carne. Non fu l’apertura degli occhi della carne a provocare la chiusura degli occhi spirituali, ma al contrario, la chiusura degli occhi spirituali procurò l’apertura di quelli carnali. L’uomo si mise a guardare con gli occhi del corpo ed in lui prendeva il posto la conoscenza secondo la carne, ma è la conoscenza secondo lo Spirito che dà la vita, la carne, invece, non giova al progresso della coscienza, come dice la Verità: “Spiritus est, qui vivificat: caro non prodest quidquam: verba, quæ ego locutus sum vobis, spiritus et vita sunt” … “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla;  le parole che vi ho dette sono spirito e vita” Gv 6,63. E’ così che l’uomo arriva a perdere ogni nozione della sua realtà spirituale, e si trova ridotto ad una parte di se stesso. Non dispone più che di una debolissima parte delle sue possibilità, come dice la Verità: “Caro autem infirma” … “la carne è debole” Mt 26,41 … inferma, malata.

Quando la scienza di Dio viene meno all’anima, l’uomo, da spirituale, si ritrova a non essere più che psichico e carnale. E’ così che l’ignoranza ha ristretto lo spirito ed ha aperto ampiamente la via ai sensi allontanando l’uomo dalla conoscenza divina. Venuto a mancare il movimento verso Dio, l’intelligenza sviata prende come oggetto solo le cose visibili e investe tutta la sua potenza nella sensazione. Ma a che giova all’uomo scrutare le stelle e gli elementi, conseguire la conoscenza del mondo materiale, se poi trascurando la scienza di Dio perde la propria anima? Dice la Verità: “Quid enim proderit homini, si lucretur mundum totum et detrimentum animæ suæ faciat?” … “Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?” Mc 8,36. L’uomo dimostra, così, un’atteggiamento infantile assumendo solo una conoscenza materiale della creazione. Infelice quell’uomo che, conoscendo tutto, non conoscesse Dio; sarebbe invece beato se, conoscendo Dio, ignorasse tutto il resto.

L’anima può vedere e afferrare l’ineffabile conoscenza di Dio, ma per vedere ha bisogno di avere gli occhi in stato di potersene servire bene. Cos’è che offusca l’occhio dello spirito? Esso è spento dalle superbie, dalle avidità, dalle malvagità. Per meritare di vedere Dio bisogna essere puri, perché puro è Colui che si vuole vedere, ma impuro è il mezzo con cui lo si vuole vedere. Avere occhi sani è avere la mente pura da ogni traccia di avidità.


Deviazione della conoscenza MP3

Itinerario della conoscenza

Dice la Verità: “Non necesse habent sani medico, sed qui male habent” … “Non hanno bisogno del medico i sani, ma i malati” Mc 2,17. Infatti, constatiamo che nell’uomo decaduto, la conoscenza è malata. La malattia consiste fondamentalmente nell’ignoranza di Dio. Il Sole c’è ma tu non lo vedi più, come dice la Verità: “Lux in tenebris lucet” …  ”la luce splende nelle tenebre” Gv 1,5. E’ così che l’ignoranza ha portato l’uomo a difendere le sue cattive operazioni perché le tenebre sono dentro di lui. L’ignoranza di Dio è malattia e morte, la conoscenza è salute e vita dell’anima, infatti “conoscenza” è chiamata vita: “Haec est autem vita aeterna; ut cognoscant te solum Deum verum” … “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio” Gv 17,3. Chi ama la Verità può sperare di conseguire una conoscenza ed una informazione simili a quelle di Dio.

Pertanto tutti gli onesti ricercatori della Verità, per poter comprendere il senso profondo della dottrina di Cristo, devono voler imparare a vedere non solo le realtà fisiche con gli occhi del corpo, ma anche quelle spirituali con gli occhi interiori del pensiero.

Due sono, infatti, i modi di vedere: uno interiore e l’altro esteriore. Duplice è la conoscenza: corporale e spirituale. Una cosa è ciò che consente di vedere con gli occhi del corpo e ciò è limitato all’apparenza  a all’azione del senso fisico, altro è ciò che da acutezza all’intelletto penetrando le cose occulte con significato mistico. Nel significato mistico è interiormente contenuta una grande forza, è la mistica visione che apparve esteriormente a Mosè nel roveto. Quel roveto era colmo del significato spirituale, la fiamma che Mosè vedeva era la presenza divina che l’uomo carnale non vede perché inchiodato solo alle cose visibili.

Fintanto che l’uomo rimane sottomesso alle passioni resta schiavo della realtà sensibile, la sola che costituisce l’oggetto della sua percezione. Sotto l’influsso dell’ignoranza della causa, l’uomo considera solo l’aspetto superficiale e visibile delle cose. Percepisce il mondo come una realtà chiusa in se stessa. Questa conoscenza comporta solo il grado più basso: quella degli esseri corporei. Il più alto grado della conoscenza è quella degli esseri invisibili, incorporei e intelligibili, come dice la Verità: “Beati mundo corde: quoniam ipsi Deum videbunt” … “Beati i puri di cuore, perchè vedranno Dio” Mt 5,8.

Ecco perchè solo l’uomo spirituale che si dedica alla contemplazione interiore avrà l’intelligenza di ciò che appare… l’intelligenza deificata.


Itinerario della conoscenza MP3