30 giu
La visione del cuore
Il successo dell’uomo sta solo in una mente e in un cuore pieni di bontà. Colui che compatisce non fa distinzioni tra gli uni e gli altri, ma ha pietà di tutti.
Cristo ebbe compassione di tutti inaugurando sulla terra il regno della pietà. Pietoso con tutti , comprese e consolò ogni dolore. Gli condussero dei malati ed egli li guarì, purificò i lebbrosi, vide piangere e consolò, non respinse le lacrime della Maddalena, la donna adultera trovò ai suoi piedi il perdono, esaudì la preghiera del ladrone pentito e la sua umiliante morte fu l’atto supremo della sua bontà. Ai suoi discepoli non insegnò che la bontà. Gridò a tutti che la felicità consiste nel sentire buona l’anima propria. L’affermazione però in questo compito, si può ottenere soltanto per mezzo della scienza di Dio, che fa l’uomo capace di amare tutti gli uomini allo stesso modo.
Le parole dell’uomo buono sono piene di somma saggezza, mentre quelle degli intellettuali sono inzuppate di erudizione testuale. Immersi nella ricerca ambiziosa di cose secondarie dimenticano quelle fondamentali e nella migliore delle ipotesi riescono ad avere solo degli ascoltatori, non dei praticanti. L’intelligenza può dissertare sapientemente sopra la bontà, ma non la dà, perché non è nell’ intelligenza che la bontà ha il suo principio. Gli intelligenti brillano di una luce fredda, ma la bontà germoglia nei cuori in cui fa caldo. Non comprendono che è più utile sentire la bontà che definirla; meglio è gustarla che spiegarla. Perché? Perché essa risiede più nel cuore che nell’intelligenza, come dice la Verità: “quia abscondisti haec a sapientibus et prudentibus” … “hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti” Mt 11,25. Non dobbiamo però concludere che l’intelligenza è estranea alla bontà. L’intelligenza non è disgiunta dal cuore e per rendere buono l’uomo, intelligenza e cuore devono prestarsi un mutuo appoggio. Se è possibile essere buoni senza essere molto intelligenti, non è però possibile essere molto intelligenti senza essere buoni. E’ la bontà che sviluppa nell’uomo una finezza che supera qualunque altro senso. Nel cieco, ciò che l’occhio non vede, il tatto lo sente; così nella vita vi sono molte cose che sfuggono allo sguardo dell’intelligenza e si rivelano alle intuizioni del cuore. Quando la bontà raffina la sua sensibilità, consegue una tale delicatezza di percezione, che comprende situazioni, vibra, sente, penetra fino in fondo, vede tutta la profondità dei dolori, scopre le recondite sofferenze che si nascondono, discerne i singhiozzi soffocati degli animi feriti. Cos’è che genera questa spinta nel cuore? La dedizione costante a Dio. Eliminando la sporcizia dalla mente, si amplia la visione del cuore.
La luna è una sola, lontana e imperturbabile, ma i suoi riflessi in tanti vasi d’acqua differiscono di luminosità e di chiarezza a seconda della purezza dell’acqua. Così la bontà divina si riflette nella mente più chiara, nel cuore più puro, producendo ora la dolcezza, la benevolenza, l’ amabilità, ora ispirando la generosità, la rinuncia, il sacrificio. L’amore, infatti, non ammete fra gli uomini alcuna distinzione basata sulla differenza di carattere. Questo amore così puro ama allo stesso modo tutti gli uomini: i buoni a titolo di amici e i cattivi a titolo di nemici, facendo loro del bene, sopportandoli, tollerando pazientemente quanto si riceve da essi, arrivando fino a soffrire per loro. Infatti non ha ancora un amore puro colui le cui disposizioni cambiano a seconda di quelle degli altri. Amare in ugual modo suppone che non si escluda nessuno. Se un tale lo si detesta e un altro lo si ama, da queste differenze si riconosce che uno è lontano dall’amore divino e non ama con tutta l’anima. Beato chi vede tutti gli uomini su un piano di uguaglianza e per tutti ha lo stesso amore. Bisogna pensare l’uomo abitato da Dio.
La bontà è una virtù modesta. Non è né luminosa come il genio, né rumorosa come il valore; nascosta nell’ombra fa il bene e ne è soddisfatta. La vera bontà è amica della scienza del distacco. E’ come l’ albero che non mangia i propri frutti, ma li offre perché altri li mangino. E’ come la sorgente che non beve la propria acqua, ma spegne la sete e la calura che altri soffrono. Godere infatti della bontà altrui non è la più grande felicità. Si prova maggiore felicità a produrre la bontà che a riceverla. La felicità maggiore risiede nel dono di se stessi, nell’espansione disinteressata di ciò che abbiamo di meglio nell’anima nostra. La felicità suprema dell’uomo non consiste nel dispensare il sapere. Ciò che abbiamo di meglio in noi risiede nel cuore: “Bonus homo de bono thesauro profert bona” … “L’uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone” Mt 12,35. Per questo motivo non vi è gioia paragonabile a quella che si sente traboccare dal cuore pieno di bontà. Quale gioia sapere che, per noi, altri sono diventati più felici e più buoni. La nostra vita sembra accrescersi della vita degli altri. E’ come se avessimo più anime per godere. La bontà, espandendosi, strappa dal triste sentimento di sentirsi inutili. Sentimento che atrofizza tutte le funzioni del nostro essere.
Non è la forza il migliore mezzo di conquista; la potenza senza la bontà, paralizza il bene. Anche la bellezza risveglia piuttosto l’ammirazione, che l’amore, essa ha bisogno di un tratto di bontà che la completi. Nei Vangeli non troveremo niente che autorizzi la violenza, niente che autorizzi quei toni superbi e dominanti, quella forza altera e contenziosa. La bontà divina esercita la sua benefica influenza ovunque regna. Troppa severità inasprisce i difetti e li conserva, mentre spesso la compassione li fa morire. Se saremo lupi con gli uomini, possiamo essere certi della sconfitta, ma se li faremo felici li renderemo migliori. Se potessimo scegliere tra il farci temere e il farci amare, dovremmo preferire il farci amare. Il cuore buono si sente mosso a soccorrere l’infelicità. Quanti uomini sono diventati orgogliosi a tal punto che si chiudono all’indulgenza; calpestano coloro che cadono, invece di tendere loro la mano; pubblicano le loro debolezze, mentre dovrebbero tacerle; hanno un gusto criminale a divulgare le disgrazie altrui: questi sono cuori cattivi. Tutt’altra cosa è un cuore animato dall’amore. Un segreto istinto avverte la miseria altrui, e invece di condannare i poveri disgraziati, li compiange e soffre con essi. Tutte le piaghe lo commuovono, quelle del corpo e quelle del cuore, e quantunque fossero grandi le umiliazioni per i mali commessi, accorda la sua stima a coloro che sono disprezzati e odiati per i loro errori, come insegna la Verità: “quia ipse benignus est super ingratos” … “Egli è benevolo verso gli ingrati” Lc 6,35. L’uomo che cerca la Sapienza Divina deve avere compassione e amore per tutti senza eccezione e in modo uguale. Il comandamento di amare i propri nemici sottolinea questo carattere universale dell’ amore, il quale non deve conoscere eccezioni, come dice la Verità: “Diligite inimicos vestros” … “Amate i vostri nemici” Lc 6,27. L’uomo realmente buono non fa eccezione di persone. Questo è il segno distintivo dell’amore cristiano, mentre gli stessi peccatori sono capaci solo di un amore selettivo, amano quelli che li amano: “Et si diligitis eos, qui vos diligunt, quae vobis est gratia? Nam et peccatores diligentes se diligunt” … “Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso” Lc 6,32.
L’amore può essere un tesoro nel cuore solo se ha subito il necessario processo di affinamento. Quando un uomo ha il sole alle spalle non può raggiungere la sua ombra, quand’anche la inseguisse per milioni di anni. Sarà sempre l’ombra a precederlo senza che possa essere raggiunta e vinta. Ma quando un uomo si volge verso il sole e cammina, l’ombra cade dietro di lui e lo segue come uno schiavo. Finché l’uomo volge le spalle a Dio egli insegue solo l’ombra della bontà, l’illusione della virtù. Potremmo essere dotti in milioni di campi di studio, ma se non avremo coltivato la scienza di Dio la nostra istruzione non sarà capace di elevare neanche la più piccola delle nostre azioni. Le scienze naturali ci possono fornire solo cibo, vestiti, e cose simili, ma l’unica ad accrescere la forza dell’ amore è la scienza divina.
La pietà è il primo sentimento che denota un buon cuore, ma non si può essere buoni che per mezzo della Pietà Divina. Se l’uomo dimentica che Dio abita in tutti gli esseri agisce senza consapevolezza, senza comprendere che il servizio reso a qualunque essere, è reso a Dio presente in tutti (cfr. Ef 4,6). L’osservazione che alcuni fanno, dicendo che i pensieri buoni non valgono a nulla se non diventano buone azioni, non è del tutto vera. I sentimenti di pietà sono atti di amore interiore, e sono operazioni spirituali di un buon cuore. L’amore interiore non è mai sterile, se è vero tende ad esprimersi al di fuori in opere visibili. Il cuore compassionevole è come un vaso ricolmo che non può trattenere i suoi flussi di bontà. L’amore del cuore è come lo straripamento di noi stessi negli altri. L’anima buona se amando di più venisse ad essere meno amata, non se ne risentirebbe scoraggiata e delusa, perché ha appreso prima dal Signore e poi dall’esperienza che “Beatius est magis dare quam accipere” … “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” At 20,35.
E’ appunto questo disinteresse la prima condizione del vero amore. Quelli che amano gli altri per essere più amati, cercano l’interesse proprio, non conoscono le ispirazioni pure. Somigliano a quei padroni dei tempi antichi, che curavano i propri schiavi per esserne meglio serviti. L’uomo buono è estraneo ad ogni calcolo; dal dono che fa nient’ altro aspetta se non la consolazione di aver soccorso chi aveva bisogno. Con una specie di pudore avvolge nel silenzio e nell’ombra le sue azioni migliori. Egli preferisce le opere che restano nell’ombra a quelle che risplendono e fanno clamore. La bontà dei pensieri è più rara e più difficile della bontà delle parole e delle azioni. Essa suppone che si pensi agli altri senza criticarli e senza disprezzarli. Ciò non si ottiene senza qualche sforzo spirituale, perché per correggere l’amarezza dei propri giudizi, bisogna combattere le passioni del risentimento e dell’orgoglio, nelle loro manifestazioni interiori. L’uomo applicandosi all’interiorità ottiene la visione del cuore. Questo è possibile quando la sua inclinazione interiore è più forte della sua inclinazione esteriore. Allora, percepisce il significato profondo, sente con il cuore, perché possiede il puro pensiero, e l’illusione di essere solo il proprio corpo è rimossa dall’acquisizione della retta conoscenza.
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